mercoledì 4 giugno 2014

"Lupelius, il Monaco Guerriero" di Stefano D'Anna

Non si sa molto della vita di Lupelius e anche su quel poco non ci sono molte certezze. Scarsi sono i documenti che ho potuto trovare e non sempre attendibili. Fin dall’adolescenza, fu avviato all’arte della
guerra dal padre che gli diede i maestri più grandi e lo sottopose alla disciplina più severa. Ancora giovanissimo, abbracciò la vita monastica e si ritirò in solitudine sulle montagne del Bet Huzaye (l’odierno Khuzestan) allora meta di anacoreti provenienti da tutte le regioni della cristianità.
Della sua formazione religiosa e spirituale si sa che in seguito entrò nel vicino monastero di Shaban Rabbur dove, rinchiudendosi per anni nella sterminata biblioteca, studiò con fervore le sacre Scritture, i Padri greci ed i grandi mistici di ogni tempo, da Origene a Giovanni di Apamea, fino ai Padri del deserto. Dagli studiosi di filosofia medioevale che riuscii ad interrogare nelle settimane successive ebbi conferma che della sua unica opera, e del manoscritto originale, si erano perdute le tracce ormai da secoli.
Investigai nelle biblioteche delle grandi università, contattai istituti di filosofia ed incontrai studiosi e ricercatori. Estesi la mia ricerca anche all’Europa, ma senza risultato. Infine in Irlanda, al Dublin Wrighter’s
Museum, seguendo un’ennesima pista, potei accertare che ne avevano custodito una copia, l’unica di cui si era a conoscenza. Tuttavia da anni anche questa era sparita, ingoiata dalle sabbie del tempo.
Gli ostacoli e le difficoltà che incontravo aumentarono l’impegno e la determinazione. Sulle tracce di quell’insegnamento perduto, ogni indizio, ogni nuovo incontro, stava mettendo ordine nella mia esistenza. Come se seguissero i contorni di un preciso disegno, i frammenti della mia vita, da tessere sparse di un mosaico sconosciuto, stavano componendosi, andando ad occupare ciascuno il suo posto.
Ritrovare quel manoscritto e ritornare dal Dreamer diventarono per
me una sola impresa. Non avevo infatti altro modo per rivederLo. Questo pensiero rinnovava ogni volta l’energia per portare avanti la ricerca che mi aveva affidato.
Dalle conoscenze che man mano andavo accumulando e dagli elementi della filosofia di Lupelius che faticosamente ero riuscito a raccogliere, emergevano il pensiero ed il carattere di una grande Scuola dai principi possenti come le mura di una città immortale.
Dopo più di mille anni, i frammenti di quell’insegnamento ancora germinavano una luce che strideva con la marea di dissoluzione sociale e morale di quell’età.
La figura di Lupelius, servitore del mondo, mi appassionò subito.
Dall’inizio delle mie ricerche provai per quel filosofo sconosciuto una crescente ammirazione. Più mi avvicinavo a lui e alla sua missione più vedevo quella figura di pensatore torreggiare solitaria su uomini
e accadimenti. La sua Scuola si stagliava come roccia su un mare di ignoranza e di superstizione. Il suo pensiero attraversava come un filo d’oro le trame di una storia di crimini e di sventure.
Della sua vita non riuscii a saperne mai molto, ad eccezione del periodo in cui fu alla corte di Carlo il Calvo in Francia. Per certo Lupelius fu una figura singolare; un filosofo d’azione uguale solo a se stesso. Non
aveva abitudini né routines. Di lui si diceva che potesse resistere al sonno indefinitamente. In ogni caso, nessuno mai l’aveva visto dormire.
“Il sonno vi rende deboli, nella mente e nel corpo − diceva ai discepoli, e con il suo tipico umorismo irlandese, aggiungeva − Il sonno è soltanto una cattiva abitudine.”
Una sua attitudine, tra le più peculiari, era quella di aggirarsi per i mercati, nei luoghi più malsicuri e malfamati delle città d’Europa. Lì, nelle condizioni apparentemente più sfavorevoli, iniziava i suoi discepoli
a nuovi modi di pensare e di sentire, ne sovvertiva schemi mentali e una descrizione meschina del mondo. Lì, la sua pazzia luminosa trasformava quel mondo fatto di truffatori e criminali, di trappole ed agguati, in una
scuola di impeccabilità. Trovava gli stratagemmi più astuti per sradicare le loro convinzioni inveterate, per eliminare dalla loro psicologia la melma emozionale.
Alla sua Scuola si forgiarono uomini straordinari, guerrieri invincibili. Lupelius si avvaleva di fantasiose tecniche di insegnamento e di purificazione che lui stesso continuamente inventava. Si travestiva da schiavo, da vagabondo, da politicante, da banchiere, da ricco mercante, e usava strategicamente questi ruoli. Fosse la corona di un re o il saio di un monaco, Lupelius li indossava, e li faceva indossare ai suoi discepoli, insegnando loro come ‘diventare’ quel ruolo, per esplorarne e conoscerne ogni angolo, ogni segreto, ma senza dimenticare il gioco, senza mai restarne prigionieri.
Li portava nei Souk, dove li coinvolgeva in commerci terribili, con banditi e criminali, li faceva entrare nelle parti più sofferenti dell’umanità, li spingeva ai viaggi più disperati, quasi senza possibilità di ritorno. I
lupeliani si arruolavano come mercenari in guerre assurde, in rivoluzioni e faide di paesi remoti le cui ragioni neppure conoscevano.
Essi scendevano in campo, non per difendere i deboli o gli oppressi, non per affermare astratti princìpi o ideologie, non per sconfiggere nemici esterni o per compiere vendette, ma per diventare padroni di se
stessi, artefici del proprio destino.
Real warriors do not fight for supremacy or control over others.
They do not fight for glory nor for any possession or reward,
but to gain the only thing which really matters:
their own inner freedom.
Per i Lupeliani, il campo di battaglia offriva la via più pratica per applicare i princìpi e le idee della Scuola – la vera prova della loro consapevole trasformazione e comprensione. Solo chi aveva conquistato
una integrità interiore poteva restare illeso da qualunque attacco.
L’invulnerabiltià dei Lupeliani originava da questa impeccabile integrità. Per quanto vicina, la morte non poteva ghermirli né penetrare.
L’insegnamento di Lupelius era una disciplina dell’invulnerabilità fondata sullo sviluppo della volontà. Il suo scopo era il raggiungimento della libertà da ogni limite.
Free forever from all human conditions and natural limitations
I Lupeliani si esercitavano nell’arte della ‘padronanza di sé’. La vittoria suprema è ‘vincere se stessi’, non permettere a nessun evento o condizione di produrre ferite interne, di scalfire l’Essere. Lupelius li allenava a
mantenere la serenità e la calma sotto le condizioni più estreme. Li spingeva ad andare in cerca dell’offesa e dell’attacco per provare la loro integrità. Anche attraversando le città e le plaghe più colpite da epidemie
e morbi, ne uscivano sempre indenni.
L’incorruttibilità, la purezza rendono un guerriero invulnerabile, inattaccabile anche dai mali più temibili
Cercai di addentrarmi nella questione della differenza tra l’impassibilità (apatheia) predicata dagli stoici e l’indifferenza dell’anima alle passioni ed ai pensieri esteriori della mistica lupeliana. Per Lupelius l’impassibilità è connotata dal recupero della integrità, di quell’unità dell’Essere che è una condizione naturale e che l’uomo ha dimenticato. Dal vuoto che l’anima crea liberandosi dalla zavorra delle cose esteriori e carnali, senza più
l’illusione che ci sia qualcosa al di fuori di noi, nasce uno stato d’Essere che è una continua, naturale mozione verso l’eternità, l’immortalità, l’immenso.
Tutto quello che si chiama sinteticamente ‘mondo’,
gli eventi e le circostanze della nostra vita, sono nostre proiezioni.
Se siamo consapevoli possiamo proiettare soltanto la vita,
la prosperità, la bellezza, la vittoria.
Se siamo vigili, attenti, possiamo proiettare libertà,
un mondo senza ostacoli, senza limiti, senza vecchiaia,
né malattia, né morte.

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