venerdì 16 maggio 2014

"Dipendere significa smettere di Sognare" di Stefano D'anna

«Chi sei?» ebbi appena la forza di chiedere.
«Io sono il Dreamer – disse – Io sono il sognatore e tu il sognato. Un attimo di sincerità, una breccia nel muro delle tue bugie, ti ha permesso di arrivare a Me.»
Il silenzio che seguì allargò i suoi cerchi all’infinito. La Sua voce divenne un fruscìo.
«Io sono la libertà! – annunciò – Dopo avermi incontrato non potrai più vivere un’esistenza così  insignificante.»
Le parole che seguirono sarebbero rimaste per sempre incise nella memoria.
«Dipendere è sempre una scelta personale, anche se involontaria. Niente e nessuno può costringerti a dipendere, solo tu puoi farlo.»
Fissandomi di proposito, affermò che l’attitudine ad accusare il mondo e a lamentarsi era la prova più certa della incomprensione di questi princìpi. Un uomo non dipende da un’impresa, non è limitato da una
gerarchia o da un boss, ma dalla sua paura. La dipendenza è paura.
«Dipendere non è l’effetto di un contratto, non è legato a un ruolo né nasce dall’appartenenza ad una classe sociale… Dipendere è la conseguenza di un abbassamento della propria dignità. È il risultato di uno spappolamento dell’Essere. Questa condizione interna, questa degradazione, nel mondo prende la forma di un impiego, assume l’aspetto di un ruolo subordinato.
Dipendere è l’effetto di una mente resa schiava da timori immaginari, dalla propria paura…
La dipendenza è l’effetto visibile della capitolazione del ‘sogno’.»
Questa conclusione, il modo in cui aveva pronunciato ogni volta la parola ‘dipendere’, la lenta scansione delle sillabe, stavano rivelandone il vero significato nascosto dalla banalità dell’uso comune.
«La dipendenza è una malattia dell’Essere!… Nasce dalla propria incompletezza – denunciò il Dreamer – Dipendere significa smettere di credere in se stesso. Dipendere significa smettere di sognare.
Più rimuginavo quelle Sue parole e più le sentivo scavarmi dentro.
Il mio risentimento si acuì fino a diventare collera. Quel Suo modo di tranciare giudizi su una categoria così vasta di persone era intollerabile. Cos’aveva a che fare la vita, il lavoro di un uomo, con i suoi sentimenti o
con le sue paure? Per me questi due mondi, interno ed esterno, erano sempre stati separati e tali dovevano restare. Credevo fermamente che si potesse dipendere fuori ed essere liberi dentro. Questa certezza
alimentava la mia indignazione.

«Come milioni di uomini, hai vissuto tutta la tua vita nascosto tra le pieghe di organizzazioni senza vita – mi accusò − Hai barattato la tua libertà per un pugno di certezze illusorie. È tempo di uscire dal tuo sonno
ipnotico… dalla tua visione infernale dell’esistenza!»
Nessuno mai mi aveva trattato così.
«Chi ti dà l’autorità di parlarmi in questo modo?» sbottai in tono di sfida.
«Tu»
Quella risposta, inaspettata, mi recluse in uno stato di impotenza. Provavo uno schiacciante senso di colpa. Avrei voluto nascondermi. Un’inspiegabile sensazione di vergogna mi faceva sentire nudo di fronte
a quell’essere che ancora non aveva un volto. Sentii l’impulso di fuggire.
Con le ultime forze tentai di recuperare quella situazione che mi stava catapultando fuori dai confini del mondo.
«Ma come potrebbero le organizzazioni funzionare senza dipendenti?»
dissi con pacatezza nel tentativo di ricondurre quel dialogo nei termini della coerenza e della ragione.
Il Dreamer taceva. Incoraggiato dal Suo silenzio che scambiai per perplessità, o incapacità a rispondermi, incalzai:
«Se non ci fossero loro… si fermerebbe il mondo…
«Al contrario! – ribatté seccamente – Il mondo è fermo perché esistono uomini che dipendono, uomini spaventati a morte. L’umanità così com’è non può concepire una società libera dalla dipendenza.»
Accorgendosi che il limite delle mie capacità di comprensione era stato raggiunto e superato, alleggerì il tono che diventò quasi incoraggiante.
«Non temere! – disse con sarcastica sollecitudine – Finché ci saranno uomini come te il mondo della dipendenza ci sarà sempre e continuerà ad essere densamente abitato.»
La pausa che seguì raggelò l’aria tra noi. Il Suo tono da leggero ed ironico diventò duro come l’acciaio.
Tu!… non potrai più farne parte… perché hai incontrato Me .»
Sentii un bisturi di luce perforare dolorosamente strati calcificati di pensieri e ciarpame emozionale.
«La dipendenza è la negazione del sogno – continuò – La dipendenza è la maschera che gli uomini indossano per nascondere l’assenza di libertà, la rinuncia alla vita .»
Quella parola, ‘dipendente’, l’avevo ascoltata e pronunciata tante volte, ma solo da quel primo incontro con il Dreamer ne realizzai tutta la dolorosità. La condizione impiegatizia si rivelava una moderna
trasposizione dell’antica schiavitù. Uno stato di immaturità interiore, di soggezione. Attraverso uno squarcio nella coscienza, vidi masse umane condannate al destino di Sisifo, incatenate alla ripetitività senza fine di
un lavoro-fatica, di un lavoro non scelto, di un lavoro senza creatività.
In un flashback, rividi la facciata dell’edificio della Rusconi a Milano, in Viale Sarca, con l’insegna ‘Ingresso Dipendenti’ torreggiante sulla lunga teoria di varchi riservati agli impiegati. Attraverso quelle strettoie
immaginai uno sterminato esercito di esseri curvi, sconfitti, passare come i romani nel Sannio sotto le Forche caudine, una processione planetaria di uomini e donne che avevano smesso di credere nella propria unicità.
Un presagio di morte dell’individuo oscurò l’aria e tutta la tristezza di quella sorte mi strinse l’anima in una morsa d’acciaio.
Il Dreamer penetrò in questa visione con la delicatezza di chi sta avvicinando i lembi di una ferita mortale. Le Sue parole avevano un’intonazione ieratica quando annunciò:
«Un giorno una società sognante non lavorerà più. Un’umanità che ama sarà abbastanza ricca per sognare e sarà infinitamente ricca perché sogna. L’universo è totalmente abbondante, è una cornucopia traboccante di
tutto quello che il cuore di un uomo può desiderare... In un tale universo è impossibile temere la scarsità. Solo uomini come te, intrappolati nella paura e nel dubbio, possono essere poveri e perpetuare la dipendenza e la miseria nel mondo.»
«Ma io non sono povero!» gridai con voce strozzata dall’indignazione.
«Perché dici questo?»
Dentro di me giustificavo, ed affastellavo tutte le possibili ragioni per dimostrare l’assurdità di quell’accusa. Il Dreamer restava silenzioso.
«Io non sono povero! – gridai di nuovo – Ho una bella casa, ho un lavoro da dirigente, ho amici che mi stimano… ho due figli ai quali faccio da padre e madre… »
Qui mi fermai, sopraffatto da quell’intollerabile ingiustizia e da quell’offesa senza fondamento.
«Povertà significa non vedere i propri limiti… – precisò il Dreamer –
Essere povero significa aver ceduto il proprio diritto di artefice in cambio di un lavoro che non ami, che non hai scelto.»
«Tu! – aggiunse quando già speravo che avesse finito – sei il più povero tra i poveri. Perché ancora non sai chi sei… Hai ‘dimenticato’! A nessun altro ho dato tante opportunità per farcela. Questa è l’ultima volta.»
D’un tratto, quel sentimento di offesa, di ingiustizia, che aveva invaso ogni angolo del mio Essere svanì, ed ogni mia difesa cedette sotto quel decisivo colpo d’ariete. Sentii gemere i vecchi cardini su cui poggiava
la mia esistenza. Le convinzioni più radicate, come templi scossi dalle fondamenta, stavano crollando.
«Apri gli occhi sulla tua condizione e saprai quanto l’uomo si sia allontanato dalla sua regalità. Siamo qui apparentemente nella stessa stanza, eppure ci separano eoni infiniti di tempo.»
A quelle parole, come al bagliore di un lampo che lacera il buio della notte, ebbi la percezione della distanza da quell’essere. Realizzai la falsità della mia dignità offesa e l’insignificanza di quell’‘io’ che, come
uno squittio all’universo, avevo pronunciato davanti al Dreamer. Come il sipario su un’opera buffa, cadde la mia illusione di appartenere ad una classe decisionale, a una élite di uomini responsabili, dotati
di volontà, indipendenti, padroni della propria vita. Avevo gli occhi lucidi. Senza accorgermene stavo scivolando nelle sabbie mobili dell’autocommiserazione.
Provvidenzialmente, il Dreamer intervenne con un ruvido massaggio all’Essere:
«Ora svegliati! Fai la tua rivoluzione… Insorgi contro te stesso!» mi ordinò scuotendomi ed offrendomi una via d’uscita dall’angolo di contrizione in cui mi stavo rinserrando.
«Sogna la libertà… la libertà da ogni limite… Tu sei il solo ostacolo a
tutto quello che puoi desiderare. Sogna… Sogna… Sogna senza posa! Il
‘sogno’ è la cosa più reale che ci sia.»


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