mercoledì 28 gennaio 2015

"La vittima è sempre colpevole" di Stefano D'Anna

Una gag del muto

Il ponte di una nave in una gag di Charlot. Un passeggero, un omaccione imponente e baffuto, ha un piede vistosamente fasciato. Fa fatica a camminare. Il viso è una maschera di dolore. Soffre. Arriva Charlot, il naso in aria; fischietta e avanza dondolando mentre ruota nell’aria il suo inseparabile bastone. In noi spettatori la trappola dell’umorismo è già scattata. Sadicamente, pregustiamo quello che sta per accadere. Charlot gli passerà sul piede. Poi ci ripasserà sopra con altri pestoni, tutti involontari ma che faranno ballare l’omaccione su un piede solo con ululi di dolore. Chi ha la responsabilità di quella sofferenza?


Un animale sta attraversando la foresta. Dietro sta lasciandosi una traccia odorosa di morte. Perde sangue da una ferita. Il predatore appare e lo aggredisce. Potrebbe la preda dire: che giornata sfortunata? come mai mi accade questo? perché proprio a me?


I mondiali di calcio

sono stati per noi un laboratorio unico per lo studio del vittimismo. Una squadra con i più grandi fuoriclasse del mondo, e con essa un intero paese, l’Italia, è sembrata più impegnata a trovare il pretesto per giustificare una sconfitta temuta che a cercare in sé la forza per vincere. Il caso della nazionale italiana, come dimostrerà questo articolo, è sintomatico della nostra incapacità di scoprire la sconfitta prima ancora che l’ingiustizia di arbitri e guardalinee la materializzi. E’ quella che gli anglosassoni chiamano una “self-fulfilling profecy”. Una profezia che si avvera per il fatto stesso di essere stata annunciata. Siamo più impegnati a cercare le giustificazioni alla sconfitta che già sentiamo dentro, e che già è in marcia verso di noi, piuttosto che riconoscerla ed eliminarla.

L’oracolo di Delfi
Un uomo si sveglia e avverte un senso di angoscia, sente paura, ha ansietà. E’ questo l’oracolo di Delfi, la voce della Pizia. Se fossimo capaci di ascoltarla, di ascoltarci, sapremmo che quel canto di dolore sta annunciando gli eventi che sono già in marcia sul tapis roulant del tempo-spazio. Avremmo il tempo per porvi rimedio, per prevenirli, scongiurarli. Ma l’educazione che abbiamo ricevuto da maestri di sventura e profeti del disastro, non ci ha insegnato a guardarci dentro, a scoprire la sconfitta prima che si manifesti. La sconfitta, come il successo, procede dall’interno all’esterno. Ma noi non lo sappiamo. Così anneghiamo con un caffè le nostre paure ed entriamo nel mondo con le ferite aperte. Né più né meno di quell’animale che perde liquido vitale e lascia dietro di sé la traccia che gli farà incontrare il predatore.

L’esistenza è una nostra invenzione.
Nessun evento può accadere esternamente ad un uomo senza il suo consenso, sia pure inconsapevole. Nulla può occorrergli senza prima attraversare la sua psicologia.
Il pensare è quindi potentissimo.
Quelli che poi chiamiamo fatti, gli eventi, le esperienze e tutti i possibili accadimenti della vita sono stati d’essere già in marcia per andare incontro a chi si è messo in sintonia. Gli stati sono eventi in attesa dell’occasione propizia per verificarsi. La qualità delle nostre emozioni, l’ampiezza dei nostri pensieri, gli stati d’animo che viviamo in questo stesso istante, stanno decidendo cosa si manifesterà nel visibile, la natura degli eventi che si materializzeranno nella nostra vita.
L’esistenza è una nostra invenzione. Come tale dipende interamente da noi.

Uno stato permanente di sconfitta

A tutte le latitudini ed in tutti i tempi l’uomo sembra aver ricevuto questa stessa, identica, descrizione di se stesso e del mondo. A questo stato permanente di sconfitta, che è radicato in tutte le società umane ed è esteso a tutte le culture, abbiamo dato il nome di Victim Consciousness.
Solo apparentemente un uomo si augura bene, prosperità, salute. Se potesse osservarsi e conoscersi interiormente ascolterebbe invece dentro di sé la recita pressoché continua di un canto di negatività, come di una preghiera di sventura fatta di preoccupazioni, di immagini malate, dell’attesa di eventi terribili, probabili ed improbabili....

I due binari della vita
L'essere è fatto di stati e la vita di eventi. La nostra esistenza quindi corre parallelamente su due binari: quello degli eventi che sono la successione di avvenimenti della nostra vita così come ci vengono incontro sul tapis roulant del tempo-spazio, e quello degli stati che sono i moti dell'animo, i moods, gli stati d'essere che si succedono dentro di noi, in modo quasi
sempre inavvertito. La storia personale di un uomo è quindi orizzontalmente fatta di eventi e verticalmente fatta di stati. Tuttavia la gente pensa alla propria vita e la racconta come se fosse costituita soltanto di eventi esterni.

Il pensiero è creativo
Che sia positivo o negativo, il pensiero dell’uomo è sempre creativo e trova puntualmente l’occasione per materializzarsi. I nostri pensieri, come inviti scritti di nostra mano, spediti e poi dimenticati, attraggono gli eventi corrispondenti. Al tempo dovuto, quando neanche più ci pensiamo, circostanze, incontri, accadimenti, problemi ed incidenti, cadute e fallimenti, si presentano al nostro uscio, ospiti indesiderati eppure a lungo, oscuramente, evocati.  Solo la disattenzione ai nostri stati, che sono la vera origine di quegli eventi, ce li fa apparire improvvisi, inaspettati.
Stati ed eventi sono perciò la stessa cosa. Gli stati si producono nell’essere di ogni uomo, gli eventi si manifestano nella sua vita, nel tempo, e sembrano prodursi indipendentemente dalla sua volontà. In realtà siamo noi che li abbiamo intensamente invocati, inconsapevolmente creati.

Più veloci dell’occhio
E’ convinzione comune che siano gli eventi esterni a condizionare le nostre attitudini e a determinare i nostri stati d'animo. Un fatto si verifica, facciamo un incontro o riceviamo una notizia, e noi crediamo che lo stato psicologico che avvertiamo, di irritazione, di ansia o di sorpresa, di gioia o di infelicità, sia un effetto, una conseguenza di quell’avvenimento, di quell’incontro, di quella notizia. Allo stesso modo che, fino all'invenzione della fotografia, è stato impossibile determinare l’esatta successione degli zoccoli nel galoppo del cavallo, essendo i suoi movimenti più veloci dell'occhio, così pensieri, emozioni, percezioni, sensazioni, come lampi elettronici, attraversano le misteriose foreste dei nostri neuroni a velocità vicine a quella della luce e sembra impossibile stabilire la corretta successione temporale in connessione agli accadimenti esterni.


Gli stati creano gli eventi
Un evento si verifica e noi crediamo che lo stato psicologico che avvertiamo sia l'effetto di quell'avvenimento. Giustifichiamo cioé il nostro stato d'essere con l'evento esterno mentre è accaduto esattamente il contrario. In realtà sono gli stati d'essere che annunciano e determinano gli eventi della nostra vita. Le nostre emozioni negative, nel tempo, si trasformano nelle avversità di cui poi ci lamentiamo. Per incontrare un evento di una certa natura, nel bene o nel male, devo prima creare internamente le condizioni del suo accadere.  

Vincere prima di combattere

I guerrieri e gli eroi dell’antichità sapevano bene che prima c’è la ferita poi arriva la freccia; è anzi quella ferita, non identificata, ancora aperta, che attirerà la freccia. La veglia del guerriero era fondata su questa consapevolezza ed includeva tutti i rituali per la scoperta e poi l’eliminazione di ogni ferita, di ogni morte interna.
Chi non ha la morte dentro non può incontrarla fuori. L’invincibilità, l’invulnerabilità insegnate dalle grandi Scuole dell’antichità, presupponevano la vittoria su se stesso, l’eliminazione di ogni ferita, di ogni morte interna, prima di affrontare la battaglia.
E’ la stessa impeccabilità che è richiesta a un moderno leader. Occorrono Scuole per eroi, School for Gods. Scuole che insegnano a vincere prima di combattere.
Un uomo che crede in se stesso, che cerca la propria impeccabilità sa che l’ignoto e l’invisibile sono al suo servizio.
Eroe (da eros = amore = a- mors = assenza di morte) significa immortale. E’ un grado della scala umana che non si conquista in battaglia, vincendo i nemici, ma in solitudine, vincendo se stesso. La battaglia serve solo a rendere visibile quello che l’eroe ha già conquistato nell’invisibile. E’ semplicemente la prova del nove, la cartina di tornasole di qualcosa che è già accaduto nell’essere.

La vittima è sempre colpevole

“Solo apparentemente un uomo si confronta con ostacoli esterni, con nemici ed avversità fuori di sé. In realtà l’antagonista è sempre la materializzazione di un’ombra, di una parte oscura di noi, che non conosciamo, che non vogliamo conoscere. Quando si manifesta, sotto forma di attacco, avversità o problema, restiamo sorpresi. In realtà l’abbiamo a lungo, inconsapevolmente covato dentro di noi. Per la nostra disattenzione, un piccolissimo sintomo ha avuto tutto il tempo di acutizzarsi e per la nostra incapacità di individuarlo ed intervenire, è diventato una minaccia concreta. Per questo un’umanità del futuro: più sincera, più consapevole, più attenta, nelle aule dei suoi tribunali sostituirà all’aforisma ormai logoro:”La legge è uguale per tutti” il nuovo motto, scritto a lettere cubitali:”La vittima è sempre colpevole”.

Non c’è nulla di più giusto dell’ingiustizia
Il vittimismo è l’espressione di quella grande illusione dell'uomo che esista l’ingiustizia, l’epitome della sua attitudine a sentirsi oggetto di continue sopraffazioni, della sua propensione ad accusare, a puntare la freccia sempre contro gli altri e il mondo pretendendo di modificarli. Vorremmo che il mondo cambiasse per restare come siamo. In realtà noi possiamo cambiare solo noi stessi, intervenire sulle nostre attitudini, modificare le nostre reazioni, i nostri pensieri distruttivi, le emozioni negative che proviamo. Questo ‘lavoro’ sugli stati, nel corso del tempo, modifica il carattere e la natura stessa degli eventi della nostra vita.
L'universo è perfetto così com'é. L’unico che deve cambiare sei tu!
L’ingiustizia non esiste! Ma per l’umanità così com’è, è ancora troppo presto per accettare l’idea che nella vita di ogni uomo non c’è mai stato nulla di più giusto, di più provvidenziale, di quello che egli ha considerato ingiusto.

I contratti col mugugno

Ai tempi della Repubblica di Genova i contratti di ingaggio per far parte dell’equipaggio di una nave, erano di due tipi: col mugugno e senza mugugno. I contratti col mugugno davano la possibilità di lamentarsi, una volta a bordo e durante la navigazione, ma prevedevano una paga più bassa. I contratti senza mugugno, non consentivano di lamentarsi, per nessuna ragione, ma erano a paga più alta. I marinai sceglievano quasi sempre il contratto con il mugugno. Lamentarsi, scusarsi, compiangersi, accusare sono da sempre le stimmate psicologiche dell’umanità.

Un meccanismo planetario

C’è un comportamento che riguarda la massa, un meccanismo psicologico di estensione planetaria che è sotto i nostri occhi eppure sfugge ad ogni spiegazione. Gli uomini hanno difficoltà ad abbandonare il loro vittimismo. A questo possesso fatto di accusa, autocommiserazione, lamentela, gli uomini sono attaccati più che ai loro beni più preziosi. Sono queste le ricchezze da abbandonare cui si riferisce il Vangelo. “…vendi quello che possiedi e dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo. Poi vieni e seguimi…”.
I ricchi condannati a restare al di qua della cruna dell’ago, fuori dalle porte del Regno, non sono i Paperon de’ Paperoni che navigano nell’oro dei loro forzieri, ma gli uomini appesantiti dalla zavorra delle emozioni negative, dai loro attaccamenti, dai sensi di colpa; curvi sotto il peso della paura, sia di vivere che di morire.

Il Bunker
L’interpretazione a rovescio di questo messaggio nei secoli ha alimentato in milioni di uomini il vittimismo e la propensione alla scarsità. Pensiamo alla funesta attitudine della Chiesa che commiserando, giustificando, e talvolta esaltando la povertà, l’ha perpetuata e ne ha fatto il suo vessillo, rendendo più difficile lo sradicamento del vittimismo dalla coscienza dell’uomo, e quindi dalle sue società.
La visione di un mondo minaccioso, avverso, feroce, che lo contiene e può stritolarlo, che può ucciderlo ad ogni momento, delimita presto nella vita di un uomo comune i limiti delle sue possibilità; uno spazio ipnotico, irreale, fatto di paura e dolore, entro i cui confini egli si sente sicuro come tra le pareti massicce di un bunker, metà rifugio, metà prigione.
“L'abbandono della paura è il primo passo verso l’integrità, verso l’unità dell’essere. Sulla paura non si costruisce niente né si può aggiungere intelligenza. L’assenza di paura è la prima legge del guerriero”.

Il ragno e la preda

Un uomo, nell’oscurità dell’incoscienza, prepara le sue sciagure, tende a se stesso trappole, rinsalda le proprie prigioni, confeziona ogni suo dolore, disastro, incidente, malattia, con tanta abilità e minuziosa attenzione ad ogni particolare, da poter considerare la sua una vera arte. Un’arte buia, inconsapevole, come quella di un mostruoso insetto che trama negli abissi della zoologia. Lì dove l’uomo è tragicamente ragno e preda.
La preda e il predatore, apparentemente opposti, sono in realtà un solo animale. Essi sono legati da una simbiosi terribile e indissolubile. L’opposto è un frammento, una parte che si è divisa, che si è allontanata dalla totalità... L’apparente antagonista è la moneta d’argento che la donna ha perduto.. è quella pecorella che il pastore ha smarrito… Chi non riesce a ritrovare la sua integrità, chi non riesce a reintegrare quella particella, la incontrerà fuori di sé, mostruosamente ingigantita, come predatore”.

 

La vittima è il carnefice visto di spalle

La vittima è tale perché prima ancora di essere vittima è potenzialmente, boia, giustiziere, persecutore, criminale. Prima dobbiamo sabotarci dentro, mentire a noi stessi, ucciderci dentro e poi possiamo essere sabotati, venire uccisi. E’ possibile osservare con frequenza nella nostra storia un capovolgimento dei ruoli, per cui quelle che erano le vittime diventano i persecutori e i sopraffattori. L’abbiamo visto nel cristianesimo attraverso i secoli, nel Kossovo nel giro di pochi mesi. Lo vediamo ogni giorno in Palestina.
Tra ‘sentirsi vittima’ e ‘diventare vittima’ intercorre solo il fattore tempo. Mentre l’attitudine, il modo di pensare, il linguaggio che chiamiamo vittimismo si forma e cresce, dall’altra sta crescendo e si sta formando il carnefice, il giustiziere, il boia.
Il crimine che vediamo fuori è l’immagine riflessa nello specchio del mondo che nel suo linguaggio simbolico, fatto di circostanze ed eventi, ci rivela quello che non vogliamo vedere in noi.
Potremo guarire il mondo solo quando riconosceremo in noi stessi quella criminalità nascosta che accusiamo fuori di noi.


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