lunedì 24 novembre 2014

"La perfezione non si ripete mai" di Stefano D'Anna

Dal Plaza Concert sul Bund osservavo con il Dreamer l’intenso traffico delle imbarcazioni solcare lo Huangpu. In quel punto l’immenso fiume scorre tra le due anime di Shanghai: quella del periodo coloniale europeo, dall’architettura monumentale, e quella dei nuovi quartieri di Pudong, dall’avvenieristica skyline. Qui, a perdita d’occhio, la città è un immenso cantiere disseminato di grattacieli dall’architettura visionaria, sognati per una megalopoli del futuro.
Non avevo più incontrato il Dreamer dal tempo del mio ritorno dal Kuwait e dall’inserimento nel mio nuovo lavoro nel Far East. In questi mesi infinite volte avevo letto e riletto gli appunti raccolti nel mio lungo apprendistato, e nelle diverse circostanze della vita avevo tentato di
mantenere saldi i princìpi appresi da Lui. Avevo tanto desiderato questo momento eppure temevo quell’incontro. Due questioni strettamente connesse erano ancora pendenti e restavano aperte come ferite non rimarginate: il modo in cui avevo abbandonato il Kuwait e la mia relazione con Heleonore. Erano faccende spinose che non avrei potuto più eludere.
Quel pomeriggio era stato intenso e gli insegnamenti del Dreamer tra i più straordinari ricevuti fino a quel momento. Al Suo fianco, ascoltandolo, avevo attraversato i centenari giardini di Yu Yuan. Avevo poi camminato con Lui nella ragnatela di stradine intorno al tempio buddista, nella zona del vecchio mercato. Immerso nella densa folla di quell’immensa città,
con Lui sentivo lo stupore e lo stesso senso di protezione di quando, stretto alla mano di Giuseppona, sbirciavo le viscere scoperte di Napoli, ne attraversavo le vie brulicanti come ferite verminose.
Il Dreamer conosceva Shanghai e la Cina come se vi avesse vissuto a lungo. Me ne illustrava la storia ed il pensiero attraverso i dettagli, commentando i più minuti eventi della vita di ogni giorno. Un artigiano al lavoro, l’abbigliamento di un passante o le trattative che si tessevano
fitte nei minuscoli negozi, diventavano squarci profondi attraverso cui penetravo nelle radici di una civiltà che era stata la culla del Confucianesimo. Il segreto di quella colla sociale capace di tenere insieme più di un miliardo di uomini, la saggezza compressa nelle sue sei virtù,
mi fu rivelata dal Dreamer con l’autorità dell’intelligenza che l’aveva generata.
Una giovane artista era intenta a decorare microscopici vasetti di vetro. Li dipingeva dall’interno con pazienza ed abilità incredibili. Ci fermammo davanti al banchetto e il Dreamer ne osservò i movimenti per un po’ senza fare alcun commento. Poi, lentamente, dalle mani della ragazza il Suo sguardo si spostò sul mio viso. Il tempo si dilatò. Quel momento divenne un’eternità e mi persi in quegli occhi che mi stavano penetrando come nessuno aveva mai fatto prima. La tenerezza di Carmela, la severità di Giuseppe, l’affetto di un amico, la venerabilità di un maestro, si concentrarono in quell’unico sguardo che mi rapì l’anima. Quella
decoratrice era Lui. Stava indicando il ‘lavoro’, il processo di trasformazione dall’interno che ogni uomo deve compiere e che nessuno al mondo potrà mai fare per lui: diventare l’artefice della propria esistenza. Per il balenio di un istante, fui la creatura faccia a faccia con il suo creatore, senza più schermi, senza maschere né ruoli. In quell’attimo assaggiai la vastità di
quell’Essere, ascoltai il Suo respiro senza tempo, senza frontiere, senza limiti, e bevvi una goccia della Sua libertà. Una vertigine prese il postodei miei pensieri.
Il primo fotogramma di cui ebbi coscienza, dopo quel momento, fu di essere seduto ad un tavolo d’angolo in un locale pubblico. L’ambiente era quello di un’antica casa da tè. Dalla finestra, per quello che potevo vedere, l’intera costruzione, in legno, mi sembrò eretta su palafitte al centro di un piccolo lago. Il pensiero corse al Dreamer. Girai intorno lo sguardo alla
Sua ricerca. Lo trovai lì, seduto accanto a me. Rasserenato, osservai che il locale era frequentato esclusivamente da cinesi.
Gli avventori, i loro visi, gli abiti, l’arredamento, sembravano usciti da una stampa del periodo coloniale quando Shanghai, piccolo villaggio di pescatori, era agli inizi della sua scalata per diventare uno dei più grandi porti del mondo.
La voce del Dreamer, dapprima flebile e lontana, mi raggiunse facendosi spazio tra l’intenso chiacchiericcio degli avventori diventando sempre più chiara. Dalle prime parole che percepii mi sembrò che continuasse un discorso già avviato.
« …Ogni problema dell’umanità… dalla criminalità del benessere alla povertà endemica di intere regioni del pianeta è perciò solo il sintomo di una malattia mentale.»
Questa affermazione del Dreamer mi fiondò fuori dal mio stato di torpore. Quelle parole erano solo il preludio di un annuncio che un giorno avrei riconosciuto come una delle pietre angolari del Suo sistema di pensiero. Raddrizzai la schiena lentamente, quasi furtivamente, e mi
disposi ad un ascolto ancora più attento. Dalla esposizione che seguì emerse che, dalla notte dei tempi, le sciagure dell’uomo non sono che la materializzazione della sua incompletezza, il riflesso del suo essere frammentato. Quella frattura nella psicologia risale alla più lontana
infanzia dell’umanità
Ero completamente sveglio, dolorosamente lucido, quando affermò:
«The world is such because you are such. Il mondo, la realtà che crediamo esterna a noi, è il riverbero fisico della nostra psicologia, del nostro Essere.»
C’era di che lambiccarsi il cervello. Intanto due giovani cameriere, nei costumi tradizionali, si erano avvicinate con il necessario per apparecchiare il nostro tavolo per il tè. Il Dreamer sospese il Suo discorso per dare attenzione a quell’operazione che sembrò considerare della più grande importanza. Per lunghi minuti restò assorto a dirigere e curare ogni particolare di quel minuzioso rituale. Ero in ansia. Non vedevo l’ora che continuasse. Il segreto dei millenari mali dell’uomo, e forse la radice della mia stessa infelicità, stava per essermi rivelato...
Ero stupito e deluso dal fatto che potesse interrompere un argomento di quella portata per dedicarsi a qualcosa di così futile. Naturalmente non osai dare voce a quelle mie considerazioni ma continuai a fomentarle.
Allora ancora credevo che i pensieri fossero invisibili e che un uomo potesse nasconderli.
«Non esiste nulla di troppo piccolo o di insignificante! » disse. La Sua affermazione aveva il tono aspro di un rimprovero. Stava parlando senza guardarmi, apparentemente ancora intento a seguire i dettagli di quel cerimoniale. Mi sentii colto con le mani nel sacco ed arrossii per
l’imbarazzo.
«Fa che ogni tua azione sia impeccabile! − disse − Impeccability means not to performe a single unnecessary action.»
Poi, mentre sceglieva da una sterminata lista le qualità di tè che avremmo degustato, disse:
«Quando qualcosa è fatta bene è fatta per sempre! Tutto l’universo ne è informato e non avrai mai più la necessità di ripeterla…»
Dopo una breve pausa, aggiunse: «Solo l’imperfezione si ripete. La perfezione non si ripete mai perché continuamente trascende se stessa. Una perfetta crisalide deve cessare di essere una crisalide perfetta e morire per poter accedere ad un essere di ordine superiore.»
Continuò dicendomi che, attraverso l’attenzione, regolando i meccanismi interni e gli ingranaggi più minuti della propria macchina, un uomo sta aggiustando il mondo, ne può cambiare la storia.
«L’evoluzione dell’universo dipende dall’evoluzione dell’individuo, dalla sua trasformazione. L’individuale e l’universale sono la stessa ed identica cosa − affermò − Questa comprensione è all’origine della civiltà e di ogni forma d’arte... Essa deve ritornare ad essere l’elemento centrale della educazione di ogni uomo.»
Aggiunse che il teatro, le danze sacre e tutti i riti inventati dall’umanità avevano avuto origine da questa realizzazione: everything is connected.
Il più piccolo movimento nella verticalità, nel mondo della volontà, provoca i cambiamenti più vasti nel mondo degli eventi.
«The universe is in our brain… is a seed within man which develops as he pleases − recitò, e aggiunse − Per questo, se un uomo intenzionalmente agisse sulla cosa più piccola o portasse alla perfezione anche la cosa più semplice…»
« come fare un tè? » mi sforzai di dire amabilmente nel tentativo di farmi perdonare le mie precedenti considerazioni, infelici benché non espresse.
« …o anche soltanto imparare a servirlo impeccabilmente» completò il Dreamer con arguzia, facendo Suo quel gioco e rilanciandolo.
Notai che a queste Sue parole le due ragazze si scambiarono uno sguardo e sorrisero. Immaginai una complicità rispettosa, un’intesa riverente verso il Dreamer. Il pensiero che anche loro fossero ‘persone di Scuola’ mi attraversò la mente come un lampo e mi lasciò senza
fiato.
«Con l’impeccabilità di quel gesto avrebbe aggiustato per sempre il suo universo personale… sarebbe uscito da una fascia accidentale dell’esistenza, dove tutto è già programmato, dalla nascita fino alla morte, e avrebbe cambiato il suo destino… Il mondo è il riflesso, una risonanza
dell’Essere…»

Come grani doro, accuratamente, raccolsi ogni parola di quell’insegnamento sul mio taccuino e descrissi le speciali circostanze che lo avevano permesso.


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