sabato 19 aprile 2014

"Pinocchio: la parabola evangelica del burattino fatto carne." di Stefano D'Anna

Si scopre una nuova lettura cristologica nella storia del burattino di Collodi tra padri falegnami, miracoli quotidiani, estremi sacrifici per l’umanità.

Pinocchio è il libro più letto al mondo, dopo la Bibbia e il Corano. La ragione è che dietro la superficie, travestito da favola, si nasconde il più audace testo mistico della letteratura mondiale. Con l’ironia spietata e sublime di una «black fable», Pinocchio racconta la parabola impietosa dell’avventura umana, il viaggio
iniziatico dell’uomo, da pupazzo guidato dai fili invisibili delle sue pulsioni a uomo vero, dotato di volontà. Se la letteratura universale, da Aristofane a Beckett, conta innumerevoli grandi prosatori, forse non ce n’è mai stato uno così intelligente, ironico e defilato come Carlo Lorenzini, alias Collodi. Si sa. Siamo una specie suscettibile e anche violenta. Lorenzini scopre il più terribile dei segreti: l’umanità è fatta di milioni di
marionette, pupazzi biochimici e per di più bugiardi inguaribili. Il celebre burattino è in verità la caricatura ferocemente ironica di un’umanità menzognera, tirannicamente mossa dai fili dell’accidentalità, dalle emozioni negative e dall’infelicità del suo destino ineluttabile. Volendo rivelare la sua scoperta, decide di camuffarla da favola. E così passa alla storia come un autore per bambini piuttosto che come un antropologo, un
profondo conoscitore della nostra natura e dell’etologia umana.
Usando questo stratagemma ha potuto rivelarci la cruda verità senza sgradevolezza e senza rischiare che la sua opera fosse messa al
rogo, facendoci perfino sorridere delle disavventure di Pinocchio, lontani mille leghe dal riconoscere in lui l’immagine speculare del burattino biochimico cui si è ridotto l’uomo.
Chissà se Collodi, dovunque sia, soffra o rida di milioni di lettori, d’innumerevoli generazioni di bambini che a tutte le latitudini si sono
addormentati, cullati dalle parole e dalle immagini incantate di questa fiaba, e dei loro genitori che l’hanno raccontata senza neppure sospettare della sua vera natura di parabola cupa e impietosa della natura umana. Eppure la realtà, alla fine, è sotto gli occhi di tutti. Certo è che per un secolo abbiamo interpretato in modo capovolto quella favola perché siamo restii a riconoscerci nell’immagine grottesca del personaggio di Collodi, ci ripugna identificarci con quel legno parlante guidato da forze esterne,apparentemente vivo, ma in realtà mosso da terribili fili invisibili, più forti di un cavo d’acciaio. Nello specchio scorgiamo l’immagine di Pinocchio, la sua imbarazzante, delatrice appendice ma, proprio come nel mito di Narciso, ci rifiutiamo di riconoscerci in quell’allucinato riflesso, nella legnosità di quell’essere. In questo rifiuto c’è compressa tutta la tragedia della nostra specie che, non conoscendo la sua vera natura, non può guarirsi e che più coerentemente dovrebbe chiamarsi homo mendax più che sapiens. Nella cronica slealtà di Pinocchio, nella sua inguaribile mendacia, Lorenzini ha scoperto e ci ha rivelato con la sua geniale trovata, con il sublime stratagemma del naso allungabile, il peccato originale della nostra specie, le sue stimmate psicologiche.
Là, dove sono le vere radici di ogni nostra sventura. Il racconto delle avventure di Pinocchio fa parte
dell’arte dei misteri, l’arte di rivelare nascondendo. Il segreto, che da oltre un secolo è sotto il naso di milioni di lettori di tutto il mondo, è tremendo. Di tutte le fiabe mai scritte, Pinocchio (...) appartiene di diritto al genere delle «black fable» alla Orwell e la sua spietatezza è eguagliata soltanto da La fattoria degli animali. Essa ci mette di fronte all’orrore di una subumanità burattinesca che non siamo pronti ad accettare.
Il motivo è che se Pinocchio è un burattino, noi possiamo continuare a ritenerci uomini. Ma se Pinocchio è un uomo, allora dobbiamo riconoscerci come esseri ancora ai primordi della coscienza, larve chiuse in un bozzolo, in attesa di perforarlo ed evolverci. Per questo ci ostiniamo a credere, e a far credere ai
nostri bambini, che Pinocchio sia una marionetta. Questo modo di leggere e raccontarne la storia è un inganno fatto a noi stessi nel tentativo di eludere il passaggio a una vera umanità e di scansare
il faticoso lavoro necessario per diventare una specie proattiva, responsabile.
Il Vangelo secondo Collodi. L’idea iniziale, il sospetto che questo racconto nasconda una parabola del destino dell’uomo, un Vangelo, una bibbia senza tempo, si rafforza e guadagna terreno manmano che avanziamo nella lettura.
Il primo personaggio che balza in scena è un falegname, Mastro Ciliegia. E la figura genitoriale si chiama Geppetto, nome non è un falegname ma ha strumenti e intaglia il legno. È molto più di una coincidenza.
Procedendo, scopriamo la carica inesauribile di simboli, enigmi e allegorie di una storia senza tempo che,
sotto la corteccia rugosa e dura del burattino più celebre del mondo, nasconde l’uomo alla ricerca di se stesso. Che prestigiatore e illusionista è questo Lorenzini-Collodi che nasconde la verità sotto il naso di tutti! Per di più Geppetto ha in testa una parrucca gialla che somiglia, è vero, a una polenta povera e calda,
ma anche al giallo dell’oro di una aureola. Ma allora.Come abbiamo fatto a non capirlo… Pinocchio è… Il progetto magico della nostra redenzione/evoluzione è racchiuso in quella fiaba come un vangelo di trasformazione da burattino a uomo vero padrone del suo destino. Un enigma da risolvere. Sul racconto
di Pinocchio aleggia un enigma che vorremmo risolvere. Come mai a uno scrittore come Carlo Lorenzini, che in tutta la sua carriera non si è mai levato al disopra dell’ordinarietà, a un tratto sfugge dalla penna una storia immortale, un’opera oggettiva, un capolavoro mondiale che ha la profondità insondabile di una parabola evangelica? È mai possibile che una favola concepita di getto, senza un piano preciso,da un uomo
probabilmente segnato da delusioni personali e politiche, scritta in toscano, possa diventare eco di un messaggio universale? E perché, a differenza di tutte le altre sue opere, non la firma con il vero nome e sceglie il paese della madre, Collodi, per farne il suo nom de plume?
Le due domande possono ridursi a una, nel senso che c’è una spiegazione, o meglio un’ipotesi, che risponde a entrambe: che quel testo sia ispirato, sia cioè l’effetto di una folgorazione. L’avventura di Pinocchio, il romanzo per l’infanzia più letto del mondo, cela il più grande e audace testo mistico mai scritto prima.
In realtà il legno in cui è intagliato Pinocchio è l’umanità stessa e quello che vediamo nel burattino sono i trucioli della nostra anima sperduta. Questo spiega la sensazione che in Pinocchio il testo sia reale e l’autore un’ipotesi superflua, come nell’Antico Testamento, come nei Vangeli. Ci sono libri sacri, non autori
sacri. Carlo Lorenzini non si è sentito di firmare una storia universale, scritta nei cieli e che egli si era limitato a trascrivere. La menzogna è uno stato d’es - sere costante a cui l’uomo viene «educato» per tutta la vita. Mentiamo a tutti quelli che ci circondano, per il nostro tornaconto personale. Ma quel che è peggio, mentiamo a noi stessi. Con l’invenzione del naso di Pinocchio, Collodi ci mette davanti all’imbarazzante scoperta della nostra caratteristica psicologica dominante e più inquietante l’inclinazione a mentire a noi stessi prima che agli altri. Qui sta il punto. Possiamo farla franca con gli altri ma non riusciremo a uscire indenni dal faccia a faccia con la nostra coscienza, a zittire con un colpo di martello il Grillo Parlante.




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